Manuela Leonessa

Manuela Leonessa

Da ragazzina ero timida e riservata, e scoprii presto che la lettura era meno complessa dei miei coetanei. Con loro mi sentivo spesso di troppo, inadeguata o del tutto ignorata. Con i libri, mai.

Se venivo invitata a una festa di compleanno evitavo di dirlo ai miei che avrebbero desiderato  per me un crescente e nutrito processo di socializzazione. Ma io preferivo dedicarmi ai libri,  dal mio punto di vista erano preferibili alla prospettiva  di un pomeriggio costipato in un alloggio, dove mi sarei sentita costretta a sorridere per  motivi non condivisi e a mangiare torte di pan di Spagna casalingo di dubbia  lievitazione.

Non ho mai capito perché mi invitassero alle loro feste, non avevo legato con nessuna delle mie compagne delle medie.  Forse era per il regalo, o più probabilmente perché sapevano che avrei declinato l’invito.

Leggevo sempre, anche quando avrei dovuto fare i compiti. Ciò mi rese  bravina  nei temi e un disastro in tutte le altre materie, fatta eccezione per l’educazione fisica, artistica e musicale. Dimenticavo, me la cavavo anche in religione .

Poi scelsi il liceo artistico. Avevo un’idea molto ludica di quella scuola.  Un posto dove si disegnava invece di studiare. In effetti la mia idea si rivelò molto vicina al vero, ma quando vidi l’abilità dei miei compagni con la matita in mano, capii che per restaurare la Cappella Sistina, non avrebbero  mai chiamato me.

Così, terminato senza affanno e senza gloria il liceo, mi iscrissi alla Facoltà di Lettere. Erano gli anni del  telefilm Saranno Famosi.

Vi ricordate la sigla iniziale, quella che termina con il fotogramma di due ballerine sospese in aria in una magnifica spaccata in seconda? Ebbene, decisi che dovevo riuscirci anch’io, e nel mio lento e faticoso percorso  verso l’adultità quel grande salto divenne l’emblema, il significato essenziale della donna che sarei  voluta diventare. Elegante abile e capace di cose concesse ai meno. Si trattava solo di imparare a saltare. Così mi iscrissi a una scuola di danza.

Cominciai con un corso di danza classica al quale aggiunsi presto un corso di danza contemporanea, uno di danza afro  e saltuariamente corsi di danza jazz, di flamenco e hip hop. Nel giro di cinque anni divenni professionista, ma della laurea in lettere neanche l’ombra anche perché quando non danzavo, leggevo.

Leggere un bel romanzo mi ha  sempre lasciato con il desiderio di scriverne uno. Ho iniziato a scrivere romanzi  che studiavo ancora, ma non sono mai andata oltre al primo capitolo.

Dopo la laurea, perché alla fine ce l’ho fatta anch’io, ho iniziato a lavorare. Dividevo il mio tempo tra una scuola di danza in cui insegnavo classica alle bambine e una cooperativa per disabili.

Dopo il matrimonio decisi che un lavoro bastava e avanzava,così abbandonai l’insegnamento, ma non la pratica che portai avanti fino alla nascita della mia seconda bambina.

Intanto continuavo a scrivere primi capitoli che languivano incompiuti, su file di Word,  dimenticati nell’etere.

Amavo ciò che facevo, lavorare con i disabili, entrare nel loro mondo e nella loro testa per accompagnarli in percorsi di recupero e di inserimento lavorativo mi faceva sentire utile e gratificata. Ma la cooperativa cominciò ad entrare in crisi in seguito alla congiuntura economica sfavorevole che ci attanaglia tuttora. Il mio lavoro cambiò. Dovetti abbandonare i percorsi di inserimento lavorativo e dedicarmi ad aridi lavori di segreteria. Cambiò anche il mio umore e ben presto sorse il bisogno di trovare attività professionali stimolanti da affiancare al  meraviglioso mondo dell’essere madre.

Mi iscrissi a Psicologia, una materia che avevo incontrato nel mio primo percorso universitario e che allora mi aveva affascinato, cominciai anche a scrivere un nuovo libro superando rapidamente la boa del primo capitolo.

Poi conclusi il secondo, e infine il terzo.

Nel giro di sei mesi il mio libro era terminato, lo affidai a un’agenzia letteraria insieme a tutti i miei sogni di gloria. Un po’ come andare al cinema, il biglietto costò parecchio  e per quanto riguarda la trama, se per voi fa lo stesso,  non mi ci soffermerei.

Ma dai rifiuti incontrati nei titoli di coda avevo imparato qualcosa. Da poche ma impietose critiche avevo capito che i miei sogni di gloria erano stati malriposti, la mia scrittura era troppo convenzionale.

Cominciai a leggere i miei autori preferiti non più per diletto ma con occhio critico. Dovevo capire perché loro funzionavano e io no.  Fred Vargas,  Ammaniti, Mc Ewan, e altri vennero passati e ripassati sotto lo sguardo avido della mia determinazione.

I miei studi, intanto, proseguivano con alacrità e passione.  Ed è da un esame di Psicologia della Famiglia, dallo studio di un particolare costrutto psicologico, che nacque l’idea del mio secondo tentativo. Così ricominciai a scrivere.  E terminai.

Il mio lavoro piacque a Piera Rossotti, direttore editoriale di EEE edizione esordienti ebook e così il mio primo libro conosceva i natali on line.

Nel frattempo la mia cooperativa aveva chiuso, io avevo concluso il ciclo di studi triennale,  quello magistrale e superato l’esame di Stato. Mi ritrovavo con un marito, due figlie, senza un lavoro ma anche con un pezzo di seno in meno. Un intervento di carcinoma mammario aveva fatto di me una paziente oncologica. E’ una definizione che fa un po’ senso, ma, se va tutto bene, dura solo cinque anni.

Sono convinta che lo stress vissuto negli anni in cui lavoravo, studiavo e crescevo due bambine abbia influito favorevolmente nell’insorgenza del tumore.  Lo stress aveva abbassato le mie difese immunitarie, la predisposizione familiare aveva fatto il resto.

Mi rendo conto che messa così sembri una triste situazione, ma non è vero.  Il tumore non c’è più e io sono guarita. Per il carcinoma mammario la percentuale di guarigioni vere, senza cioè recidiva con metastasi fino alle orecchie, è molto alta, perciò mi concedo la possibilità di essere ottimista.

Non c’è più nemmeno la mia cooperativa, ma il lavoro che me l’aveva resa cara  era sparito già da tempo.

Oggi, come psicologa, curo lo stress degli altri.  Il mio lo tengo sotto controllo scrivendo.

Scrivere è terapeutico, dice qualcuno, quello che fa bene a me è l’atto della creazione, e non c’è nulla di biblico in questa affermazione.

Un libro è come un figlio? Sono d’accordo. Quando l’hai scritto te lo miri e te lo rimiri, ripercorri le pagine che trovi più belle con orgoglio, e ti rammarichi per quelle che avresti voluto diverse. L’hai scritto tu eppure ci sono passaggi che guardi con stupore, perché quando li hai pensati mai avresti immaginato che ti sarebbero usciti così belli.

A volte un capitolo particolarmente riuscito mi lascia in uno stato di beatitudine per giorni interi. Altre volte vago depressa perché non riesco a risolvere un passaggio.

E’ una lotta costante con le parole, per riuscire a realizzare il pensiero perfetto nel contesto perfetto con l’emozione perfetta, ed è una delle poche lotte a cui spero di non dover rinunciare mai.

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